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SPECIE DI SPAZI | 04

9 maggio 2012

SPECIE DI SPAZI | 04
Spazi per la produzione culturale

“Ferrara 500 anni fa era New York!” recita una scritta apparsa qualche tempo fa sotto ai portici tra Porta Reno e la piazza. Così, in poche parole e con un paragone di immediata comprensione, Andrea Amaducci, artista ferrarese, è riuscito fissare un concetto di importanza cruciale per le politiche culturali della città.
Di quel tempo di 500 anni fa, Ferrara ha la fortuna e la sfortuna di un’eredità pesante: la fortuna di una concezione urbanistica che ne ha fatto la prima città moderna d’Europa, da cui il riconoscimento da parte dell’UNESCO come “patrimonio dell’umanità” quale mirabile esempio di città progettata nel Rinascimento; la sfortuna della difficoltà di ripensarsi al di là di questa immagine cristallizzata.
Le due questioni non sono affatto slegate: una città non più in grado di elaborare nuova cultura difficilmente riuscirà a valorizzare il proprio patrimonio reperendo le appropriate e necessarie risorse intellettuali ed economiche.
Guardando a quel formidabile (dal latino formidàre: temere) passato, dovremmo essere in grado di porre la nostra attenzione non solo sulla produzione tangibile di quell’epoca, quanto piuttosto sul “tessuto sociale generativo” che ne ha reso possibile l’ideazione e la realizzazione, fatto della compartecipazione di tutti gli attori della società e soprattutto di una comunità di cittadini che si sentiva direttamente chiamata in causa nella vita culturale della città. E dovremmo pensare che, accanto ad uomini di capacità fuori dal comune come Biagio Rossetti, il Boiardo, l’Ariosto, Cosmè Tura, ce n’erano molti altri mai assurti alla gloria per la loro arte, ma che ugualmente godevano della protezione mecenatesca degli Este e partecipavano di un ambiente ricco di scambi intellettuali. Insomma, l’emergere di espressioni artistiche di rilievo non è legato alla sola presenza di talenti straordinari, ma è conseguenza di un fermento che coinvolge la società tutta.
C’è un altro passato non meno importante ma verso il quale si nutre molto meno timore reverenziale, forse perché più recente e meno sedimentato: è quello novecentesco del Cinema Rivoli, dei magazzini fluviali di via Darsena, dell’intero Quartiere Giardino, del Teatro di Piazzetta Verdi, dei grattacieli. Alcuni di questi spazi si rendono di nuovo disponibili una volta assolta la funzione per la quale erano stati concepiti, o perché abbandonati in favore di nuove e più funzionali strutture. Si tratta di spazi di grande potenza narrativa e ricchi di potenzialità di trasformazione, che possano andare al di là dei cliché “spazio polifunzionale” e “bar-caffetteria”.
Spazi in attesa di essere riempiti di senso, di accogliere quelle energie latenti che potrebbero riattivare processi di partecipazione consapevole, attiva e motivata alla vita culturale della città da parte dei cittadini. Edifici entrati a far parte della memoria collettiva di diverse generazioni, la riappropriazione dei quali segnerebbe un atto di riconquista di uno spazio sociale per la collettività, assolverebbe la funzione di presidio costante del territorio, porrebbe in essere possibilità inedite di investire nella propria progettualità. Potrebbe portare, soprattutto, ad uscire dalla logica dall’eccezionalità rituale della manifestazione culturale – pensiamo a Ferrara durante i grandi eventi di importanza nazionale ed internazionale, e al giorno dopo – per reinserirla all’interno di una quotidianità che sia foriera di un coinvolgimento sempre più intenso e partecipe.
In un periodo in cui è sempre più difficile reperire risorse adeguate, è quasi impossibile immaginare grandi progetti di recupero in grado di agire in maniera complessiva e in un lasso di tempo definito: finché non ce ne sarà la possibilità, approfittiamo di questo tempo per cominciare a pensarci, considerando le grandi trasformazioni come la somma di micro-interventi, raccontando una storia, organizzando un piccolo spettacolo, riaccendendo una luce, riaprendo una porta.

Associazione Basso Profilo

[La Nuova Ferrara, Martedì 10 aprile 2012]

04 | Spazi per la produzione culturale | BASSO PROFILO

Pubblicato in Specie di Spazi

SPECIE DI SPAZI | 03

9 maggio 2012

SPECIE DI SPAZI | 03
Targhe

A Gianni Morandi hanno già intitolato una via. Condurre due Sanremo di fila non è da tutti. Dove si trova questa via? Ovunque, basta alzare gli occhi: “via g. morandi”. Nessuno venga a dire che si tratta di Giorgio, il grande artista delle bottiglie metafisiche. Come notorietà, il cantante batte il pittore due a zero. Quindi è lui il titolare della via.
A De Chirico è andata meglio, non c’è nessun divo della canzone o della tivù a insidiargli il nome. Però hanno trovato il modo di sfregiare pure lui. C’è da qualche parte una targa così concepita: “via g. de. chirico”. Intanto non c’è il nome, si vede che Giorgio porta male. C’è solo l’iniziale. In compenso dopo “de” c’è un punto. Dal che si deduce che si tratta di una abbreviazione, e che quindi il Nostro doveva avere un doppio cognome, tipo Degli Esposti Chirico. A volerla dire tutta, mancano i puntini sulle “i” (come appare nella foto): il computer si rifiuta di riprodurle in scrittura così amputate, perché a tutto c’è un limite.
Un’altra via interessante, per rimanere nel ramo, è quella che si legge nella targa “via del tiziano”. Le minuscole sono testuali. Ora, di fronte a questo cartello, ci si chiede se Tiziano sia cugino di qualcuno all’ufficio comunale che si occupa dell’intitolazione delle vie. O se non si tratti di una consonanza con la parlata milanese, per cui Gaber racconta del Riccardo, Jannacci dell’Armando, e il Comune del Tiziano.
Un altro caso riguarda un papa che ha avuto un ruolo di primo piano nella storia dell’800. All’inizio della strada si trova la targa “via Pio IX”, al termine della stessa via, sua santità perde la maiuscola e diventa più informalmente “via pio IX”. Forse perché durante il tragitto è caduto il potere temporale della Chiesa.
Ce n’è per tutti: cantanti, pittori, pontefici. E santi. Per esempio, un’altra via censita è “via S. AlleNde” (sic). Si tratta probabilmente di un santo (o di una santa) del Terzo Mondo, proclamato forse da papa Wojtyla, che nel suo lungo pontificato ne ha santificati tanti; e fra questi molti extracomunitari, mica solo cittadini regolari dell’Unione Europea. Qualcuno però avanza l’ipotesi che si tratti del presidente cileno Salvador Allende, assassinato dai golpisti nel 1973. È possibile, è un’interpretazione che non si può scartare a priori.
Ma quella “N” maiuscola che ci sta a fare? Che messaggio ci trasmette? Ebbene, chi scrive è in grado di rivelarlo per aver fatto un’approfondita indagine al riguardo: “erano finite le minuscole, così abbiamo ficcato dentro una maiuscola”, si è sentito dire. Sorge dunque il dubbio che, per quanto riguarda De Chirico, gli addetti comunali avessero esaurito i puntini. E che procurarsene di nuovi avrebbe rotto il patto di stabilità.
Tirando le somme. Un certo modo sciatto, pressapochista, ignorante e volgare di trattare questa materia è l’esatto equivalente delle scritte a spruzzo che deturpano muri, serrande e porte del paesaggio urbano. Stesso disprezzo per le regole di convivenza, per il decoro della città, per il rispetto della sua memoria, della sua qualità urbana. Non è una pustola marginale fra le tante; è la spia di un disagio, di una deriva generale: siamo gente che fuori di casa si sente in terra straniera, siamo una città che non si riconosce e non si vuole più bene.
Le targhe sulle pubbliche vie servono a illustrare i nomi di chi ci ha dato qualcosa. Attraverso il loro nome e il loro esempio, si rinsalda il nostro vincolo di appartenenza alla comunità. Le targhe stradali sono un “genere” di comunicazione che dovrebbe essere improntato alla più rigorosa uniformità di caratteri tipografici, di grafica, di formulazione. Nome e cognome, per intero. Sotto, in corpo più piccolo, una parola che ci dica chi è: scrittore, musicista, poeta, navigatore, scienziato. Fra parentesi, sempre in corpo piccolo, data di nascita e di morte. Si chiede troppo? Si rischia il default?

Maurizio Garuti

03 | Targhe | MAURIZIO GARUTI

Pubblicato in Specie di Spazi

SPECIE DI SPAZI | 02

9 maggio 2012

SPECIE DI SPAZI | 02
Il tempo dello spazio. Dinamiche urbane

Luce

Io guardo: sulla strada una donna sola, in attesa di qualcuno, sorride all’indirizzo di colui che ancora non appare: quei suoi singolari movimenti davanti alla vetrina, quella sua danza dell’attesa, quel suo mettersi le mani nei capelli, quel suo sbattere gli occhi, infine quel modo di sogguardarsi nella vetrina. Poi finalmente la figura desiderata appare, ed entrambi si dileguano, senza toccarsi, senza una parola, velocemente.
Oggi c’è qualcosa che intacca il mio equilibrio: il fatto che mentalmente sono sempre un po’ più avanti rispetto all’attività che di volta in volta dovrei eseguire; questo piccolo intervallo, questa frattura tra coscienza e attività impedisce il cristallizzarsi delle sensazioni: lavarsi con acqua fredda, per esempio, oppure camminare, correre, mangiare. I luoghi ideali di questa mia condizione sono quelli a favore del vuoto, degli spazi aperti, degli insediamenti spartani, dove nulla è preordinato ma tutto è possibile. Luoghi in via di definizione o spazi già usati e ora a riposo perché dismessi: barchesse pericolanti, capanni in disuso, ville disabitate, muri di case non ancora finite.
A volte per trovare un po’ di pace mi fermo con l’auto in aperta campagna seguendo stradine senza asfalto e sto lì: de-pensarsi, de-respirarsi. Mentre si giace nel sole finché non vi sia più nulla di me, e tutto si perda nel vento e nel sole; nulla, tranne un piccolo punto di dolore.
Un giorno mentre ero steso al sole, le mani mi sono scivolate sopra una lastra di marmo levigato inserito nel terreno; ho spalancato gli occhi, ed essi sono stati invasi da un uniforme biancore; poi li ho richiusi e improvvisamente ho scoperto, scintillante nell’oscurità verdastra, la costellazione dell’Orsa Maggiore. In un batter d’occhio è arrivata tra la luce l’oscurità, senza tempo preordinato.
Un altro giorno ho sentito momenti pregni di concordanze vitali, silenziosa atmosfera primaverile nella stazione dei treni di Ferrara; e poi giorni nei quali ci si morde il labbro sempre nello stesso punto. Piazza Ariostea che, avvolta dall’oscurità e ricoperta di foglie morte, assomiglia improvvisamente a un parco, provo un sentimento di felicità che potrei provare ogni giorno. Osservando le foglie morte mi viene l’idea che fra un anno potrebbe non esserci più nulla da scoprire.
Così dovrebbe essere la felicità: una rotazione dello sguardo e ogni cosa, nel mentre, avere dignità di titolo, per un evento infinito. Così la giornata riuscita sarebbe una giornata senza bisogno della propria immagine riflessa, una giornata senza il mio intervento: «Oggi io esisto, ed esiste la natura». Ma forse alla fine l’interessato sarà contentissimo che la giornata riuscita sia terminata. Contento come dopo un sabba di spettri; infatti ho davvero temuto la perfezione. In ultima istanza l’immagine di chi è felice somiglia a quella di chi è angosciato.
Nel contemplare il colossale tremolare, baluginare, luccicare, vagolare di fuochi fatui, rabbrividire, fluttuare sull’acqua dello stagno, che passava via costante e lenta come un fiume e poi a volte stava soltanto lì, immobile, a strie, con il sole che schiudeva dalle nuvole e innalzava gli alberi sulle rive, io mi sentivo uno scienziato: multiforme si agitava il mondo sui rigagnoli d’acqua di Comacchio, e le parvenze sull’acqua, contemplate con calma, facevano l’effetto di un accalorante spasmo nelle mani.
Com’erano belli tutti questi giorni! E intanto nei luoghi deputati arrivavano in continuazione segnalazioni di catastrofi per il notiziario della sera. Mentre allo stagno nel bosco vedevo passare il vento sull’acqua, nella nebbia venivano travolti gli operai addetti ai binari.

Davide Bregola

[La Nuova Ferrara (mar, 13 marzo 2012) - pag. 26]

Davide Bregola è nato a Bondeno (Fe) nel 1971. Abita a Mantova. Ha pubblicato “Lettera agli amici sulla Bellezza” (Liberamente). E’ direttore della Collana di narrativa Centocinquanta per Barbera Editore (www.barberaeditore.it) e direttore artistico della Festa del Racconto di Carpi.

02 | Luce | BREGOLA

Pubblicato in Specie di Spazi

SPECIE DI SPAZI | Chi siamo

9 maggio 2012

“Specie di Spazi” è una iniziativa comune della Fondazione degli Architetti della Provincia di Ferrara, dell’Associazione “Basso Profilo” e di Agaf Associazione Giovani Architetti della Provincia di Ferrara.


AGAF in primo luogo si propone di parlare d’architettura in modo concreto, favorire ed incentivare la collaborazione e la crescita di giovani architetti e/o creativi, divenire un luogo di confronto costruttivo in cui sviluppare progetti, idee, ricerche ed ogni altra forma di lavoro intellettuale.


Basso Profilo è un’associazione culturale che opera prevalentemente all’interno dell’ambiente universitario e giovanile, prefiggendosi di: diffondere le pratiche di cittadinanza attiva, democrazia partecipativa e convivenza multiculturale; promuovere, tutelare e valorizzare il patrimonio di interesse artistico, culturale, ambientale, naturalistico del territorio locale; impegnarsi attivamente e dal basso, affinché i principi dello sviluppo sostenibile possano trovare una concreta applicazione attraverso l’integrazione degli aspetti economici, sociali, ambientali; portare avanti un progetto culturale il più possibile poliedrico, che spazi tra diverse discipline, aprendosi alla cittadinanza e al mondo del terzo settore.


La Fondazione degli Architetti di Ferrara non ha scopo di lucro, è apolitica e non confessionale.
Essa ha per scopo la valorizzazione della professione dell’architetto così come configurata dall’Ordinamento professionale. Tale scopo sarà realizzato attraverso l’istruzione e costante aggiornamento tecnico-scientifico e culturale dell’architetto, l’individuazione di specializzazioni all’interno della professione, la promozione e l’attuazione di ogni iniziativa diretta all’istruzione ed alla formazione professionale degli aspiranti Architetti.

Pubblicato in Specie di Spazi

SPECIE DI SPAZI | 01

9 maggio 2012

SPECIE DI SPAZI | 01
Lo spazio tra cultura contemporanea e città
L’investimento culturale

OGNI spazio è uno spazio politico. Le nostre città, sono il risultato in divenire dell’influenza di diverse culture: siamo stati invasi, abbiamo ospitato, siamo stati sottomessi, abbiamo inventato, abbiamo costruito. E continuiamo, lentamente, in modo talvolta conflittuale ma ineluttabile, a costruire cultura anche in un periodo storico fortemente segnato dall’influsso dell’economia, regolatrice di limiti e opportunità in ogni società. Spesso non ce ne accorgiamo. Anzi, accade con frequenza che gli impulsi di cultura contemporanea vengano individuati come forme di arte privilegiate e incomprensibili ai più, senza nessuna possibilità di lettura da parte della collettività. Siamo (quasi) tutti ignoranti? Possibile, ma non del tutto verosimile. Il punto è un altro: buona parte della produzione di cultura contemporanea si manifesta attraverso “eventi” completamente decontestualizzati rispetto al tessuto sociale che li ospita. Chi organizza solitamente punta su questo o quell’artista, non sulla ricaduta – economica e sociale – che può avere nei confronti del territorio. Concetti come “investimento” e “produttività” non sono ad esclusivo appannaggio delle scienze economiche: i processi culturali sono, per propria natura, un investimento nei confronti della collettività; renderli produttivi diventa una scelta strategica. Come fare? Partendo dal basso. Gli spazi della città sono le sedi naturali di tali processi. Essi partono dalla convergenza tra un’esigenza sentita e un’opportunità anche solo sognata dai cittadini. Gli esempi ci sono, soprattutto fuori dal nostro Paese, aree incolte e dismesse che, con la partecipazione degli abitanti, vengono trasformate in orti urbani e contribuiscono a un’economia di microscala (i prodotti della terra venduti agli asili e alle scuole vicine), spazi inutilizzati e fatiscenti che diventano piccoli parchi gioco e ritrovi di quartiere, ex fabbriche trasformate in laboratori artigianati, caffè e luoghi di socialità. La stretta, ineludibile connessione tra “urbano” e “sociale” è il fondamento di una cultura (e di un’arte) che si può chiamare “contemporanea”. Conoscere e governare strategicamente queste connessioni significa capire quali sono le necessità e le attitudini di un territorio a costruire con le idee i presupposti per produrre cultura. In questo modo la cultura diventa inclusiva, si pronuncia al plurale -”culture”- e trasforma i bisogni diffusi in possibilità, un investimento propulsivo atto a produrre altra economia e altri progetti, con ricadute tangibili sugli stessi territori e sui suoi attori sociali. Lo sviluppo sostanziale e sostenibile di un territorio, non può più prescindere da una politica contemporanea di cultura urbana. Investire in cultura non ha sicuramente un riflesso immediato nella corsa al consenso politico, ma è una delle più audaci speranze per il nostro futuro.

Diego Farina e Sergio Fortini

[Il Resto del carlino - Edizione di FERRARA (lun, 27 feb 2012) - pag. 5]

01 | Lo spazio tra cultura contemporanea e città | FARINA, FORTINI

Pubblicato in Specie di Spazi

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